La mia visione politica

La mia visione politica

“Pretendiamo che in presenza ci si confronti e si socializzi, non che il tempo venga sprecato a mettere voti”. Così i ragazzi del Collettivo del Liceo Manzoni. Che ci dicono una cosa fondamentale sul post Covid: non va dato per scontato che ci sarà una ripresa. Quello che avverrà è una grande lotta culturale. E gli schieramenti saranno chiari: chi crede che produrre, crescere e lavorare siano valori che rendono degna la vita umana e chi pensa che siano catene che la sviliscono. Ecco perché il Circolo delle Imprese, che ovviamente è schierato sulla prima posizione, ha pensato di pubblicare questo contenuto. In questo confronto Milano sarà la prima linea: se cade, l’intero paese seguirà.

Delimitiamo il conflitto. Molti di quelli che sostengono che il Covid debba essere fonte di cambiamento profondo per le nostre vite, intendono che questo dovrebbe farci uscire dalla logica che lavorare e produrre siano parti fondamentali della vita umana. È un pensiero affascinante. Intere giornate passate in un ozio improduttivo, mantenuti dallo Stato, dalle multinazionali tassate nazionalmente, dai robot o dagli alieni. È un pensiero, però, molto pericoloso. E ha una serie di ricadute anche sulla città.

La città della mobilità irrazionale e pericolosa per i ciclisti, la città al rallentatore dei limiti di velocità anacronistici, la città frammentata, divisa, parcellizzata. Questa visione di Milano esisteva prima della pandemia, ma oggi sta prendendo sempre più forza. E come ogni narrazione ha bisogno di un nemico. E quel nemico siamo noi. Noi imprenditori, noi professionisti, noi che crediamo che l’uomo si realizzi anche rischiando, intraprendendo e costruendo i propri sogni giorno dopo giorno. Una città che non scorre, che non costruisce, che non si rigenera. Statica, placida, ferma. Morta. Questo è il sogno di chi, dopo il Covid, non vuole verifiche o voti. Ma solo socializzazione, una vacanza continua. In cui riposarsi, non avere stress e impedire che altri possano ricordarci, con il loro affaccendarsi, che la vita è dinamismo.

Oggi, dopo questa pandemia, ripartire è difficile. Duro. E ci sono molti soldi in arrivo. Perché non dividerceli e continuare con gli aspetti positivi del lockdown, senza la paura che lo ha generato? Perché, cari amici, è moralmente sbagliato. La cosa è semplice e chiara. Ma le cose semplici e chiare sono le più difficili da comunicare.

Ce lo diceva anche Chesterton: “Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Ecco, questa è la battaglia del nostro tempo: MILANO VIVE SE PRODUCE. Il maiuscolo vuole sostituire l’urlo liberatorio che accompagna queste parole. Non è questione di salvaguardare l’ambiente, cosa importante, la vivibilità, cosa fondamentale, o l’efficienza del trasporto pubblico. No. Il punto è non cedere all’inerzia, alla disperazione e allo sconforto. Una città viva, grande, immensa come Milano non può, non deve essere vissuta in isole di 15 minuti. Molti di noi hanno lasciato le proprie case in tutta Italia dove avevamo tutto a quindi minuti per venire a perderci in questa metropoli. Lo abbiamo fatto consciamente. Lo abbiamo fatto attratti dalla vitalità sconfinata di questa città che è bella persino nei suoi angoli più degradati.

Il Collettivo del Liceo Manzoni ci ha insegnato una grande lezione: le prossime elezioni di Milano saranno il racconto di due città. Una sola potrà uscirne vincitrice. Saremo chiamati tutti in causa. E a ognuno di noi sarà chiesto se vorremo abitare in una Milano viva e produttiva, o indolente e morente. Se la città che produce sarà più forte dell’inerzia e dell’apatia. Se il sogno che era ed è Milano continuerà ad essere più forte dell’alba e si concretizzerà ancora nei suoi grattaceli, nelle sue botteghe, nelle sue arterie viabilistiche e nei suoi uffici di formazione consulenza. Oppure se anche noi, ultima linea di difesa di questo modo avventuroso e controcorrente di vivere la vita decideremo di arrenderci. Anche se credo, spero mi perdonerete la confidenza, che questo non succederà perché noi siamo noi. Quelli che hanno rischiato aprendo una attività, sposando una imprenditrice o un imprenditore, lasciando il paese per trasferirsi a Milano. Noi siamo quelli che hanno scelto il mare in tempesta invece dell’Arcadia. Noi siamo l’avanguardia che non ha mai chiesto rinforzi. E non penso, cari amici, che questa battaglia farà eccezione. Finora abbiamo ce l’abbiamo sempre fatta, non ci arrenderemo proprio la notte prima dell’ultima grande battaglia.